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Il CETRI è una grande famiglia empatica che condivide la biosfera e la sua protezione come fondamento per la permanenza e la prosperità della specie umana. Jeremy Rifkin sostiene da anni che il crescente impegno per la sostenibilità e la protezione dell’ambiente si accompagnerà sul pianeta al declino della visione materialista, perché “come si può immaginare, i materialisti sono meno empatici non solo nei confronti delle altre persone ma anche verso le altre creature e verso l’ambiente naturale. Nella loro concezione, la natura è solo uno strumento, una risorsa da sfruttare, anziché una comunità da preservare. Per loro l’ambiente, al pari delle relazioni con gli altri, va considerato solo in termini di utilità e di valore di mercato, e mai per il suo valore intrinseco“. Ma Rifkin ci ricorda che la nuova generazione, quella dei cosiddetti “Millennials”, sta crescendo con altri valori: “Un numero crescente di ragazzi sta abbandonando i prodotti di marca per orientarsi verso prodotti generici o realizzati in sostegno di qualche causa. A questi giovani interessa molto di più il valore d’uso dei beni materiali del loro valore di scambio o di status. Un’economia della condivisione fatta da prosumers collaborativi è per sua stessa natura più empatica e meno materialista“. Ci sembra opportuno offrire a tutti gli attivisti del CETRI, la possibilità di leggere il capitolo del suo ultimo libro (La Società a costo marginale zero) in cui Rifkin spiega con grande chiarezza e forza di persuasione, questo delicato passaggio fra due epoche, dal consumismo globale e materialistico della seconda rivoluzione industriale, alla comunità collaborativa empatica e sostenibile del Commons, della Terza Rivoluzione Industriale. Una riflessione particolarmente adatta al periodo natalizio in cui ciascuno di noi dovrebbe interrogarsi su come contribuire al miglioramento delle relazioni fra esseri umani empatici e della qualità della vita sul pianeta. Buona lettura, buon Natale 2016 e Buon 2017 a tutti. 

ESTRATTO DAL CAPITOLO XV (La Cornucopia della Sostenibilità) DEL LIBRO “LA SOCIETA’ A COSTO MARGINALE ZERO” 2014- di Jeremy Rifkin.

Jeremy Rifkin col Presidente del CETRI-TIRES, Angelo Consoli a Palermo, 20 marzo 2009.

” Ciò che ci rende felici
Mentre il concetto di impronta ecologica ci ha dotato di un
convincente sistema di misurazione per ridurre l’ impatto ecologico dell’uomo sulla capacità di «carico» della biosfera, la nutrita serie di ricerche e di studi condotti negli ultimi anni su ciò che rende le persone felici fornisce un’altrettanto convincente base sociologica e psicologica per bilanciare l’impronta ecologica.
Praticamente tutti gli studi scientifici sulla felicità giungono alla
conclusione che essa cresce e decresce secondo una classica curva
a campana. Il 40% abbondante dell’umanità che vive con 2 dollari al giorno o meno, in uno stato di grave povertà, sopravvivendo a fatica di settimana in settimana, è come si può immaginare, profondamente infelice. (11)
Prive del minimo indispensabile per vivere e della possibilità di nutrire e vestire i propri figli, o di dare loro un sia pure rudimentale riparo, queste persone versano in uno stato di prostrazione, trascinandosi in un’esistenza vuota e disperata. Tuttavia, a mano a mano che si emancipano dalla miseria, i poveri cominciano a conoscere la felicità. Ogni miglioramento in termini di reddito, salute e sicurezza li rende più felici.
Finché non accade qualcosa di sorprendente: quando le persone
raggiungono un livello di reddito che soddisfa i bisogni primari
e le relative istanze di sicurezza, il livello dalla felicità inizia a stabilizzarsi; ogni ulteriore aumento del benessere materiale e dei relativi consumi ha, in termini di felicità complessiva, ripercussioni marginali; finché non si arriva a un punto passato il quale la linea della felicità inizia ad abbassarsi e la persona diventa meno felice.
Gli studi rivelano che l’accumulo di ricchezze finisce per diventare un peso e che il consumo incontrollato genera dipendenza, con benefici psicologici sempre più scarsi e meno duraturi. I beni posseduti, insomma, finiscono per impadronirsi del possessore.
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Se esaminiamo più da vicino le ragioni per cui il lievitare della ricchezza materiale oltre la soglia dell’agiatezza produce malessere e disperazione, scopriamo che nei rapporti con gli altri si frappone in misura crescente il filtro dello status e l’azione dell’invidia e della gelosia. I soggetti intervistati al riguardo affermano che le loro relazioni si fanno più superficiali, dettate da calcoli sulla perdita e sul guadagno in senso strettamente materiale.

Ma di fronte all’aumentare dell’infelicità, il più delle volte le persone orientate in senso materialista tendono a potenziare l’acquisizione di beni materiali, nella convinzione che a farle stare male non sia l’ossessione per la ricchezza, ma il fatto di non avere abbastanza; credono che se potessero avere un po’ di successo materiale in più potrebbero elevare il proprio status, conquistandosi la costante ammirazione degli altri e i piaceri che immaginano riservati a uno stile di vita ancora più consumista, un fenomeno noto in psicologia con il nome di «adattamento edonico».
Ogni ulteriore passo sulla via di queste fantasie edonistiche non fa che incrementare l’infelicità, gettando l’individuo nel circolo
vizioso di una dipendenza che non lascia scampo, a meno di non
abbandonare il gioco e risolversi a cercare la felicità per altra via.
Studi condotti in varie parti del globo hanno dimostrato l’esistenza di una stretta correlazione fra una concezione materialistica della vita, la depressione e l’abuso di sostanze stupefacenti. I materialisti tendono a essere più possessivi, più sospettosi e meno generosi degli altri. Hanno inoltre maggiore difficoltà a controllare le proprie pulsioni e nei riguardi del prossimo risultano più aggressivi.
Ecco come Tim Kasser, docente di psicologia e autore di The High Price of Materialism, sintetizza l’ingente mole di dati accumulata in anni di ricerche sul comportamento materialista: da quasi tutti gli studi, spiega, emerge come i soggetti che attribuiscono grande importanza ai beni materiali e al loro possesso evidenzino uno stato di salute psicologico più precario rispetto a chi tiene meno conto di questi elementi … Più si pongono al centro della vita le cose materiali, più la qualità della vita tende a calare. (12)
Qualche anno fa ho avuto l’occasione di visitare l’economista inglese Richard Layard, il cui saggio Felicità: la nuova scienza­ del benessere comune ha suscitato tra gli economisti un certo scalpore. Ero andato a tenere una lezione alla London School of Economics­, e Layard era tra i docenti che mi avevano accolto.
Fattomi riaccomodare nel suo ufficio, mi mostrò alcuni interessanti dati che aveva raccolto sull’incremento di ricchezza delle società e sul senso di felicità della loro popolazione nel corso del tempo. Guardai con particolare interesse i dati relativi agli Stati Uniti: ne emergeva che sebbene oggi gli americani guadagnino il doppio di quanto guadagnavano nel 1957, la quota di chi si dichiarava «molto felice» era calata dal 35 al 30%. (13)
Quella degli Stati Uniti non è un’eccezione. Da studi condotti
in altri paesi industrializzati emerge più o meno lo stesso quadro.
La ricerca di Layard rivela che la felicità personale aumenta
finché l’individuo non raggiunge un livello di reddito di circa
20.000 dollari, la soglia minima dell’agiatezza; a quel punto ogni
ulteriore aumento risulta, in termini di felicità, improduttivo. (14)
Gli studi dimostrano inoltre che il livello di felicità di una società è in un rapporto di correlazione inversa con la disparità di reddito nella popolazione. Negli Stati Uniti degli anni Sessanta la classe media era più consistente che in qualsiasi altro paese, ma nel cinquantennio successivo l’1% della popolazione si è arricchito, le file della middle class si sono assottigliate e il numero dei poveri è aumentato; così nel 2012 per quanto riguarda la disparità di reddito (il divario tra ricchi e poveri) gli USA occupavano un poco lusinghiero terzultimo posto fra i trenta paesi del­l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Peggio di loro soltanto il Messico e la Turchia. (15)
Che l’incremento della disparità di reddito porti a un calo della felicità complessiva di una società non sorprende. Gli studi sulla felicità dimostrano che nei paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è più basso, il livello di felicità e benessere collettivo è più alto. In parte ciò si deve al fatto che una maggiore povertà porta una maggiore infelicità, ma non meno importante è che il divario fra abbienti e non abbienti genera mancanza di fiducia, producendo un quadro psicologico in cui gli abbienti vivono nel continuo timore di rivalse da parte delle masse impoverite e tendono a custodire la propria ricchezza sempre più gelosamente.
Ricordo un episodio occorso a mia moglie e a me una ventina d’anni fa a Città del Messico. Seduti sul sedile posteriore di un’auto blindata, stavamo tornando da una presentazione didattica che avevo tenuto davanti a una platea composta dalle famiglie più ricche del Messico. Sul sedile anteriore, di fronte all’autista armato, c’era il mio anfitrione, uno dei principali riformatori del paese, un uomo che aveva dedicato gran parte della vita a migliorare le condizioni dei messicani poveri. Mentre attraversavamo alcuni tra i più disastrati bassifondi della città, con polizia in ogni angolo, per raggiungere il quartiere dei ricchi, cinto come un forte e presidiato da guardie private, egli mi fece notare come il Messico, ironia della sorte, stesse diventando sempre più una nazione di comunità rinserrate, da un
lato ricchi e dall’altro i poveri, ciascuna delle quali timorosa e
diffidente circa le intenzioni dell’altra. La diffidenza è cresciuta
anche negli Stati Uniti, ormai incamminati verso uno scenario
messicano. Negli anni Sessanta il 56% degli americani afferma-
va di fidarsi della maggior parte delle persone. Oggi la percen-
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tuale è scesa a meno di un terzo. (16)
Ciò che rende il materialismo così dannoso è il fatto che priva  l’individuo del principale impulso che anima la nostra specie: la
natura empatica. Gli esperti di biologia evolutiva e i neuroscienziati
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ci è stato raccontato negli ultimi secoli. All’inizio dell’età moderna
i filosofi illuministi hanno dipinto la natura dell’uomo come
quella di un essere razionale, calcolatore, materialista, utilitarista, dominato dal bisogno di autonomia, tutti aspetti che ci predispongono ad accumulare proprietà e a fare di noi stessi un’isola.
I nuovi studi scientifici dicono però qualcosa di diverso. L’uomo
è la creatura più sociale che esista. Ricerca la compagnia dei suoi simili e desidera il radicamento sociale. Questa socievolezza è essenzialmente inscritta nei nostri circuiti neuronali, anche se
sotto l’influsso di fattori culturali può espandersi o atrofizzarsi.
Negli anni Novanta gli scienziati hanno individuato all’interno dell’organismo umano i cosiddetti neuroni a specchio, più co-
munemente noti come «neuroni dell’empatia». Ne sono provvisti anche vari primati, nonché gli elefanti (circa altre specie non
c’è ancora nulla di certo). Grazie a questi neuroni e ad altre parti del nostro corredo neuronale siamo in grado di percepire i sentimenti altrui come se fossero nostri, e non soltanto sul piano intellettuale, ma anche su quello fisiologico e schiettamente emotivo. Se, per esempio, vedo un ragno camminare sul braccio di un’altra persona, con ogni probabilità i miei circuiti nervosi mi trasmetteranno l’esatta sensazione corrispondente, come se quel ragno stesse camminando sul mio braccio. Anche se si tratta di meccanismi cui nella nostra vita quotidiana non prestiamo attenzione, stiamo cominciando a capire che questa capacità fisiologica di metterci al posto degli altri – di provare in prima persona i loro sentimenti di gioia, di vergogna, di disgusto, di sofferenza o di paura – è proprio ciò che ci rende animali sociali. La sensibilità empatica è ciò che ci permette di rapportarci gli uni con gli altri come se fossimo un unico grande soggetto e di strutturarci in una società profondamente integrata. Quando sentiamo parlare di individui completamente privi di capacità empatiche, che nel loro comportamento evidenziano una totale assenza di sensibilità o di sollecitudine verso gli altri, stentiamo a riconoscervi esseri umani. Il sociopatico è il paria dei paria.
Gli studi hanno ripetutamente messo in luce l’esistenza di
una stretta relazione fra un comportamento materialista e la
riduzione, o la totale estinzione, dell’impulso empatico. Spesso chi nell’infanzia ha avuto genitori freddi, dispotici, sadici o insensibili ed è stato sottoposto a vessazioni emotive o punizioni corporali, in età adulta finisce per diventare un aggressivo prevaricatore o un solitario incapace di comunicare: la sua disposizione all’empatia è andata distrutta e a sostituirla sono sentimenti di paura, diffidenza e desolazione. Al contrario, i genitori affettuosi, sensibili e solleciti, capaci di offrire al bambino un ambiente sicuro, propizio allo sviluppo della sua personalità, fanno sbocciare quella fiducia sociale che è tanto indispensabile alla maturazione dell’empatia.
I bambini che crescono in un ambiente privo di empatia, quando saranno adulti avranno più difficoltà a esprimerla agli altri.
Incapaci di entrare in relazione, anche al livello più elementare,
con le altre persone, diverranno oltremodo solitari e isolati. Entra quindi in scena il materialismo, misero palliativo contro un profondo senso di privazione. L’attaccamento alle cose non è che un surrogato del mancato attaccamento alle persone. E l’ossessione di successo materiale, notorietà e riconoscimento che assilla questi soggetti risponde all’ansia di essere socialmente accettati.
Oltre a caratterizzare le loro esistenze, il materialismo informa il loro rapporto con gli altri. In un mondo dominato dal successo materiale ogni relazione diventa un mezzo per raggiungere quell’obiettivo. Le altre persone vengono trattate con cinismo, ridotte a strumenti per accumulare sempre di più. E l’agognato porto del calore umano e dell’affetto si allontana ulteriormente, perché il mondo del materialista si scinde in due dimensioni separate: il mio e il tuo. L’avido Ebenezer Scrooge tratteggiato da Charles Dickens in Canto di Natale è a un tempo disprezzato e commiserato, oltre che trattato come un emarginato dalla società.
Sui materialisti la pubblicità ha l’effetto di una potente droga che incrementa la dipendenza dalle cose. Giocando sul senso di inadeguatezza e di solitudine di questi soggetti, la pubblicità
promette che beni e servizi consentiranno di realizzare la loro
personalità e sviluppare la propria identità, rendendoli più attraenti, interessanti e desiderabili agli occhi degli altri. Il nuovo tipo del materialista, venuto alla ribalta con l’affermarsi del capitalismo e delle sue concezioni, è stato ben delineato dal filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Secondo Hegel, al di là del valore utilitaristico e materiale, la proprietà è espressione della personalità dell’individuo. Assoggettando le cose alla propria volontà, l’individuo proietta la propria personalità nel mondo e afferma la propria presenza in mezzo ai suoi simili. La personalità di un individuo si fa così presente in tutti gli oggetti che egli rivendica come propri. La nostra proprietà diventa indistinguibile dalla nostra personalità. Tutto ciò che è mio espande la mia specifica presenza e la mia esclusiva sfera di influenza, diventando il tramite attraverso cui gli altri mi conoscono.
Il filosofo William James ha descritto la personalità del consumatore in termini nei quali la maggioranza di noi, figli di una cultura fortemente sbilanciata verso il materialismo, può, sia pure a malincuore, riconoscersi. Scriveva infatti James:
Il confine tra ciò che una persona chiama «me stesso» e ciò che
chiama semplicemente «mio» è difficile da tracciare. Noi sentiamo e agiamo in rapporto a certe cose che sono nostre in modo molto simile a come sentiamo e agiamo in rapporto a noi stessi. La nostra reputazione, i nostri figli, l’opera delle nostre mani, possono esserci cari quanto il nostro corpo e suscitare in noi gli stessi sentimenti e, quando li sentiamo minacciati, le stesse reazioni 
Nel suo senso più ampio il sé di un uomo è la somma totale di tutto­ quello che egli può chiamare suo: non soltanto il suo corpo e le sue facoltà psichiche, ma anche i suoi indumenti e la sua casasua moglie e i suoi figli, i suoi antenati e i suoi amici, la sua reputazione e le sue opere, le sue terre e i suoi cavalli, lo yacht e il conto in banca. Tutte queste cose gli danno le stesse emozioni.
Se crescono e prosperano, si sente trionfante; se deperiscono e
diminuiscono, si sente abbattuto … Una parte rilevante del no-
stro modo di sentire ciò che è nostro è determinata dal fatto che
noi viviamo più vicino alle nostre cose e per questo ne abbiamo
una percezione più piena e profonda. (17)
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La pubblicità fa leva sul concetto della proprietà come misura dell’essere umano e presenta i servizi e i prodotti come realtà indispensabili al costituirsi dell’identità dell’individuo nel mondo.
Per buona parte del XX secolo la pubblicità ha insistito sull’idea della proprietà come un’estensione della personalità, ed è riuscita a riorientare le successive generazioni verso una cultura di segno materialista. Juliet Schor, sociologa del Boston College, spiega che negli anni Novanta i bambini «dedicavano agli acquisti lo stesso tempo che dedicavano per andare a trovare gli amici, il doppio di quello dedicato alla lettura o alle pratiche di culto e il quintuplo di quello trascorso a giocare all’aria aperta». (18)
Ma ancora più inquietante è il fatto che i ragazzi dichiaravano di «preferire lo shopping a quasi tutte le altre possibili attività» e che più della metà di loro professava la convinzione che «da grandi più soldi si hanno più si è felici». (19)
Sono dati di quindici anni fa. Nel frattempo la cosiddetta
«Generazione Y» è cresciuta, e gli elementi per determinare
dove si collochino i giovani nell’ampio spettro che va dall’empatia al materialismo sono tutt’altro che univoci. Psicologi, sociologi, politologi e antropologi stanno pubblicando studi e rapporti molto in contrasto fra loro.
Un’impegnativa ricerca condotta dall’Institute for Social Research della University of Michigan su 14.000 studenti universitari tra il 1979 e il 2009 ha concluso che «sotto il profilo dell’empatia, misurata mediante test standard sulle caratteristiche della personalità, i giovani universitari di oggi risultano del 40% meno sensibili rispetto ai loro colleghi di venti o trent’anni fa». (20)
Sarah Konrath, la ricercatrice della University of Michigan
che ha diretto questo studio metanalitico (una combinazione di
72 ricerche condotte su studenti universitari americani durante
il trentennio in questione), sostiene che oggi gli studenti universitari sono meno inclini a sottoscrivere affermazioni come «Per cercare di capire meglio i miei amici, a volte cerco di considerare le cose dalla loro prospettiva», oppure «Spesso provo un senso di partecipe tenerezza per chi è meno fortunato di me». (21)
Altri studi sulla Generazione Y sembrano però attestare la
tendenza opposta. Rispetto alla Generazione X, questi ragazzi
sarebbero «molto più inclini a provare empatia verso gli altri
membri del loro gruppo e a cercare di capire la prospettiva del
prossimo». (22) Alcune ricerche evidenziano inoltre come i giovani della Generazione Y siano più disposti a riconoscere pari dignità alle opinioni dei compagni, siano maggiormente propensi a collaborare e tendano a cercare il consenso del gruppo, tutti aspetti che richiedono una significativa disposizione all’empatia.
Circa la fiducia negli altri, tanto essenziale per lo sviluppo dell’empatia, i giovani della Generazione Y danno decisamente poco credito alle istituzioni politiche, al mondo degli affari e agli esperti di ogni genere, ma hanno molta più fiducia nelle persone con cui collaborano via Internet e, come già detto, tengono in seria considerazione le opinioni, le recensioni e le classifiche dei loro pari, nonché il parere generale della gente comune.
Da altri studi questi giovani sembrano poi distinguersi come
la generazione più immune da pregiudizi che mai vi sia stata,
nonché la più empatica nel sostenere i diritti formali e sociali di
gruppi della popolazione discriminati in passato, come le donne, le persone di colore, gli omosessuali e i disabili. Appaiono, inoltre,
meno xenofobi. In America, circa il 23% degli studenti universitari ha esperienze di studio all’estero e il 73 dei giovani è favorevole a politiche di immigrazione più permissive, contro il 39-57% del resto della popolazione adulta. (23)
La mia personale impressione è che la Generazione Y non sia
un blocco monolitico, ma una miscela di contraddizioni, dove
accanto a indubbie manifestazioni di un ben noto atteggiamento narcisista e materialista si sta facendo largo un certo impegno di natura empatica. Credo che l’inclinazione al narcisismo
e al materialismo sia dovuta all’influsso residuo della Grande
Recessione, e un considerevole numero di studi è dello stesso
avviso. Nel dicembre 2013 il «New York Times» ha illustrato, in
un importante articolo della sezione «Sunday Review», gli esiti di nuove ricerche, dai quali risulta che la Generazione Y, colpita in profondità dalla Grande Recessione e dalla stagnazione
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dell’economia mondiale, sta rivedendo le sue priorità, anteponendo alla ricerca del successo materiale quella di un’esistenza ricca di significato. Un rapporto commissionato dal Career Advisory Board ha posto in luce come per i giovani fra i 21 e i 31 anni avere una carriera ricca di significato sia più importante che guadagnare molto denaro. Uno studio longitudinale realizzato insieme ad alcuni colleghi da Jennifer L. Aaker, docente di marketing alla Stanford Graduate School of Business, ha seguito per un mese qualche centinaio di ragazzi americani per cercare di capire quale senso attribuissero all’espressione «ricco di significato». È così emerso che i ragazzi convinti di avere una vita ricca di significato «vedono se stessi come persone molto orientate verso gli altri, o più precisamente come dei “donatori”». Chi ha dichiarato che fare qualcosa per gli altri è importante ha anche affermato di «trovare più senso nella propria vita». (24)
Ancora più rivelatrice è una ricerca condotta nel 2013 su
9000 diplomandi delle superiori dalla National Society of High
School Scholars. Agli studenti è stato chiesto di indicare, in una
lista di oltre 200 imprese, un posto in cui avrebbero voluto lavorare: ben 14 delle prime 25 scelte erano cliniche, ospedali e organismi statali; tra gli studenti più dotati e brillanti del paese la scelta numero uno è stata il St. Jude Children’s Research Hospital. James W. Lewis, responsabile della National Society
of High School Scholars, ha riassunto l’esito dell’indagine con
queste parole: «I ragazzi della giovane generazione stanno ponendo al centro l’idea di aiutare il prossimo». (25)
Come si è detto, i soggetti meno empatici tendono a essere più
materialisti. Se la Generazione Y è più empatica delle precedenti, si dovrebbe riscontrare tra i giovani dell’ultimo decennio un mutamento di opinione in merito al materialismo. E in effetti se ne vedono già i segni. In uno studio pubblicato nell’estate del 2013 dalla rivista «Social Psychological and Personality Science» alcuni ricercatori, esaminando una serie di sondaggi che rilevavano nell’ultimo quarantennio gli orientamenti di centinaia di migliaia di studenti degli ultimi anni di scuola superiore, hanno osservato un impressionante rovesciamento dei valori in coincidenza con la Grande Recessione del 2008. Negli anni precedenti l’empatia verso gli altri aveva fatto registrare una sistematica riduzione, mentre le tendenze materialistiche erano andate consolidandosi.
Ma dopo il 2008 questo scenario ha conosciuto fra i giovani
del nuovo millennio un improvviso ribaltamento: i ragazzi della Generazione Y hanno infatti evidenziato «più attenzione agli
altri e meno interesse per i beni materiali». (26)
Gli studi più recenti hanno insomma scoperto in questi giovani un minore interesse per le prospettive materialistiche e una minore inclinazione verso uno stile di vita improntato a un ossessivo consumismo.
I risultati di queste ricerche collimano con la drastica ascesa
del consumo collaborativo e dell’economia della condivisione.
In tutto il mondo la giovane generazione condivide biciclette,
auto, case, abiti e innumerevoli altre cose, privilegiando l’accesso rispetto al possesso. Un numero crescente di ragazzi sta abbandonando i prodotti di marca per orientarsi verso prodotti generici o realizzati in sostegno di qualche causa. A questi giovani interessa molto di più il valore d’uso dei beni materiali del loro valore di scambio o di status. Un’economia della condivisione fatta da prosumers collaborativi è per sua stessa natura più empatica e meno materialista.
Il declino della visione materialista si riflette anche nel crescente impegno per la sostenibilità e la tutela dell’ambiente. Come
si può immaginare, i materialisti sono meno empatici non solo
nei confronti delle altre persone, ma anche verso le altre creature e verso l’ambiente naturale. Nella loro concezione, la natura è solo uno strumento, una risorsa da sfruttare, anziché una comunità da preservare. Per loro l’ambiente, al pari delle relazioni con gli altri, va considerato solo in termini di utilità e di valore di mercato, e mai per il suo valore intrinseco.
I ricercatori della University of Rochester hanno condotto su
80 studenti un test finalizzato a rilevare l’influsso dei valori ma-
terialistici sull’uso delle risorse naturali da parte di quei ragazzi.
Gli studenti sono stati divisi in gruppi, secondo che avessero evidenziato tendenze fortemente materialistiche o no; sono
poi stati invitati a calarsi nel ruolo di responsabili di una società per la produzione di legname impegnata a contendere ad altre aziende l’accesso a 200 ettari di superficie boschiva pubblica. Ogni gruppo poteva avanzare un’offerta per tagliare fino a un massimo di 10 ettari di foresta l’anno, considerando per la parte residua un ritmo di ricrescita del 10% l’anno. Se il gruppo avesse scelto di tagliare solo pochi ettari, ne avrebbe ricavato un profitto contenuto. Se invece avesse chiesto di tagliare un maggior numero di acri, i profitti sarebbero saliti, ma la foresta avrebbe in breve tempo esaurito le sue risorse.
Come prevedibile, i materialisti hanno chiesto di tagliare molti più alberi dei non materialisti, optando per un veloce profitto
a costo di esaurire altrettanto velocemente le risorse del bosco.
Ben più che sulle pratiche per conservare il bosco nel lungo periodo, la loro attenzione si è concentrata sulla prospettiva di un guadagno economico a breve termine. I non materialisti, invece, hanno puntato su un maggiore profitto nel lungo termine, garantito dalla maggiore durata della foresta. (27)
L’orientamento valoriale emerso in questo test si sta affermando anche nel mondo reale. Rispetto alle generazioni precedenti, i
giovani del nuovo millennio sono non solo meno materialisti, ma
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anche più sensibili alla tutela dell’ambiente. Secondo un sondaggio condotto nel 2009 dal Center for American Progress, un centro studi di Washington, il 75% dei ragazzi della Generazione Y è favorevole al passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili (un dato superiore a quello relativo alle altre generazioni
adulte). (28)
In un sondaggio Gallup di qualche anno fa emergevano orientamenti ancora più emblematici: il 58% dei giovani americani di età compresa tra i 18 e i 29 anni dichiarava che la tutela ambientale doveva essere considerata una priorità nazionale «anche a costo di limitare la crescita economica». (29)
Che cosa possiamo concludere, quindi, da questo insieme
di studi, ricerche e sondaggi? Innanzitutto che la felicità non si
compra con il denaro: la povertà genera disperazione, ma l’incremento di ricchezza, una volta che si sia superata la soglia di
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una moderata agiatezza, genera anch’esso un sempre più profondo stato di disperazione. In secondo luogo, che la deriva materialista, lungi dal fare le persone più felici, le rende più alienate, paurose, diffidenti e sole. In terzo luogo, che l’impulso fondamentale dell’uomo non è una brama insaziabile di cose materiali, come gli economisti hanno voluto farci credere, ma la ricerca della socialità. Ciò che ci rende felici, una volta soddisfatti i requisiti minimi di agiatezza materiale, sono l’affetto degli altri e il senso di comunanza. Ciò che desideriamo non è possedere e divorare, ma appartenere. Tutto questo mette in discussione i due capisaldi che dominano la nostra economia: l’idea che le cose che più desideriamo siano scarse e l’idea che la nostra sete di possesso sia illimitata. In realtà la cose che più desideriamo – l’amore, l’inclusione, il riconoscimento della nostra umanità – non sono affatto scarse, ma infinitamente abbondanti. E se gli economisti non se ne sono avveduti, lo ha invece ben capito l’industria della pubblicità. Ogni anno centinaia di miliardi di dollari vengono spesi in messaggi pubblicitari che fanno leva su queste profonde aspirazioni e suggeriscono, in modo surrettizio, l’idea che il modo migliore per soddisfarle sia comprare, possedere e consumare beni materiali, ben sapendo che in realtà questi desideri indotti servono solo ad allontanarci ulteriormente dalla ricerca della dimensione comunitaria. Proviamo a pensare quale repentino cambiamento si produrrebbe nella condotta dell’uomo se improvvisamente l’industria della pubblicità sparisse dal nostro orizzonte quotidiano. In breve tempo l’ossessione materialista si dissolverebbe, e noi torneremmo ad avere lo spazio per respirare, per riscoprire che il nostro desiderio più profondo è la relazione con gli altri, non il possesso di cose.
C’è però chi sostiene che in una società in cui i costi marginali
fossero pressoché azzerati e tutti potessero agevolmente procurarsi quasi gratis molte delle cose che desiderano, l’umanità finirebbe per divorare, a un ritmo ancora più sostenuto, le restanti risorse della terra, portando così il pianeta alla distruzione. Si tratta di una prospettiva improbabile. L’eccesso di consumo è figlio della scarsità, non dell’abbondanza. In un mondo in cui i bisogni materiali di ogni persona fossero soddisfatti, la paura dell’indigenza verrebbe meno. L’insaziabile sete di accumulo e di eccesso perderebbe gran parte delle sue ragioni. Lo stesso vale per il desiderio di arraffare dagli altri tutto ciò che si può.
Di più: in un mondo dove i bisogni di ogni uomo sono essen-
zialmente soddisfatti, le distinzioni sociali fondate sullo status
materiale perderebbero d’importanza. Il discrimine della società non sarebbe più soltanto il «mio contro il tuo» e il valore
delle persone non sarebbe determinato da ciò che possiedono.
Con ciò non si vuole affermare che l’era dell’abbondanza
proietterà il genere umano nel regno dell’utopia. Nessuno è così
ingenuo da pensare che il lato oscuro della natura umana possa sparire di punto in bianco dal nostro dna culturale. Si vuole
soltanto dire che quando alla scarsità subentra l’abbondanza è
verosimile che l’uomo avverta assai meno l’incessante impulso ad accumulare sempre di più per paura dell’imprevedibilità del domani. Benché, a una prima occhiata, la prospettiva di un’economia della scarsità soppiantata da un’economia dell’abbondanza possa evocare l’idea di un radicale aumento nel consumo delle restanti risorse del pianeta, di fatto questa via costituisce, per i motivi sopra esposti, l’unico modo efficace per assicurare alla nostra specie un futuro sostenibile su questa terra.
Almeno una parte della giovane generazione che sta crescendo in un mondo nuovo, contraddistinto dalla presenza di reti distribuite, collaborative e paritarie, sta cominciando a vincere la sindrome materialista che ha caratterizzato gran parte della vita economica nell’era del capitalismo. Questi ragazzi stanno dando vita a un’economia della condivisione, meno materialista e più sostenibile, meno opportunistica e più empatica. La loro vita si svolge più in un Commons globale che in un mercato di tipo capitalistico. E nelle economie avanzate dei paesi industrializzati la nuova etica della compartecipazione sta iniziando a lasciare tracce misurabili nell’impronta ecologica della giovane generazione.
Questo passaggio dal materialismo a uno stile di vita guidato
da criteri di sostenibilità apre la prospettiva a una consistente riduzione dell’impronta ecologica della parte più ricca dell’umanità, creando condizioni di maggiore abbondanza e offrendo così ai poveri della terra la possibilità di risollevarsi, migliorare il proprio tenore di vita e godere del benessere che deriva dal vedere degnamente soddisfatti i propri bisogni fondamentali.
Se queste due forze riusciranno a cooperare per incontrarsi al
livello di benessere in cui l’intera umanità può vivere dell’interesse e non del capitale ecologico della terra, seguendo uno stile di vita sostenibile, rimane una questione aperta.
Sono quasi sicuro che a questo punto molti lettori si staranno chiedendo: ma basterà? Anche se il 40% di esseri umani più
ricco ridurrà la sua impronta ecologica, i benefici per il 40% più
povero saranno limitati se esso aumenterà la propria consistenza ed espanderà la sua impronta ecologica. Vero. Se vogliamo riuscire tutti a beneficiare dei frutti che un pianeta più generoso può offrire, non soltanto dobbiamo ridurre l’impronta ecologica della popolazione più ricca, ma anche contenere l’aumento demografico della popolazione più povera.
Consegnare contraccettivi e fare consulenza alle famiglie sul
controllo delle nascite è un esercizio sterile quando si ha a che
fare con persone imprigionate nella povertà. È noto che nei paesi più poveri avere una famiglia numerosa funge da vera e propria assicurazione, perché garantisce la disponibilità di altre braccia da impiegare qualora uno dei figli dovesse morire prematuramente: nelle comunità povere dei paesi in via di sviluppo donne e bambini sono bestie da soma, muli costretti a farsi carico delle magre risorse necessarie alla sopravvivenza della famiglia. E allora, come possiamo incoraggiare famiglie meno numerose?
Ci siamo ormai resi conto che il fattore chiave per la stabilità demografica del pianeta è l’accesso all’elettricità. Per questo
il segretario generale dell’ onu , Ban Ki-moon, ha fatto dell’accesso universale all’energia elettrica il punto centrale del suo programma per lo sviluppo economico.
A emancipare le donne in Europa, nelle Americhe e in altri
paesi durante il XX secolo è stata l’elettricità. È stata l’energia
cerniere Borse a Daypack Grigio Casuale Donna Zaini Scuola tracolla AgooLar Viola xISqEBtW elettrica a liberarle dalle pastoie delle faccende domestiche, che
le tenevano incatenate al focolare in un ruolo non molto diverso da quello di serve a contratto. Ed è grazie all’energia elettrica che le ragazze, e i ragazzi, hanno potuto trovare il tempo per dedicarsi allo studio e schiudersi così una vita migliore.
Quando sono riuscite a conquistarsi una certa indipendenza e a
guadagnare col proprio lavoro, le donne hanno acquisito maggiore sicurezza, e l’indice di natalità ha subito un drastico calo.
Oggi, salvo poche eccezioni, nei paesi industrializzati il tasso di
fecondità è sceso a 2,1 bambini per donna, cioè al tasso fisiologico di sostituzione. Nelle nazioni più ricche del mondo la popolazione si è precipitosamente contratta. (30)
Borsa Bag Sport Tasche Impermeabile Sacchetto Viola da per Outreo Zaino Tracolla Donna Borse Borsetta Messenger Ragazza Spalla Viaggio Griffate a Borse wvBaHUxY E ancora, oltre il 20% del genere umano è privo di elettricità, e
un altro 20% può contare su un approvvigionamento di elettri-
cità marginale o inaffidabile. E stiamo parlando dei paesi in cui
la popolazione cresce più velocemente. L’Organizzazione delle
Nazioni Unite per lo sviluppo industriale ( UNIDO ) si è assunta
espressamente il compito di aiutare le comunità locali a realizzare un’infrastruttura TRI (Terza Rivoluzione Industriale) che assicuri elettricità verde a un miliardo e mezzo di diseredati. Nel 2011 ho incontrato Kandeh Yumkella, direttore generale dell’ UNIDO e responsabile della un Energy, in occasione della conferenza internazionale promossa dall’organizzazione sull’attuazione della tri nei paesi in via di sviluppo. Yumkella dichiarò: «Siamo convinti di essere all’inizio di una Terza rivoluzione industriale; per questo ho voluto che tutti i paesi membri dell’ UNIDO ascoltassero questo messaggio, per porre loro la domanda fondamentale: quale può essere il nostro contributo a questa rivoluzione?». (31)
L’obiettivo è quello di assicurare l’accesso universale all’elettricità entro il 2030. L’approvvigionamento elettrico a tutte le comunità della terra darà la spinta necessaria per sollevare i poveri del pianeta dalla miseria e spingerli verso un livello di benessere in cui a ogni essere umano siano assicurate condizioni di vita dignitose.
A mano a mano che il movimento per l’accesso universale
all’energia elettrica si affermerà, con ogni probabilità nei paesi
più poveri ci sarà un rallentamento dell’espansione demografica, proprio come è accaduto in tutti gli altri paesi in cui l’avvento dell’elettricità ha strappato la popolazione alla miseria.
Intorno alla metà di questo secolo, il decrescente tasso di fecondità dovrebbe attestarsi a livello mondiale sui 2,1 bambini per famiglia, segnando l’inizio di una lenta decrescita della popolazione umana. Quest’ultima dovrebbe arrestarsi a 5 miliardi di persone, cifra che ci permetterà di vivere con l’interesse ecologico della natura e di beneficiare di un’economia dell’abbondanza.”

Courtesy by Mondadori editore